Ci sono momenti di stanca, a volte, e per tirarsi su il morale ognuno adotta le sue strategie, o comunque ricorre ai suoi rimedi personalissimi. Celine, il grande romanziere francese, confessava nel "Viaggio al termine della notte" che il suo rimedio infallibile erano "i sogni porcaccioni" e le sue fisiologiche conseguenze, diciamo così. Come dargli torto? E' natura. Ma ovviamente si può ricorrere a molto altro: la poesia, ad esempio, e la musica.
Ci sono dischi ad esempio che magari non sono capolavori, ma hanno per noi un sapore particolare che ci provoca in genere una sferzata di energia istantanea, o semplicemente un singolo brano che associamo a un ricordo piacevole che ci fa sentire vivi, a costo di far vibrare la corda della nostalgia, o perfino della malinconia. Perchè no? A Franco Battiato chiesero una volta se fosse una persona malinconica, come sembravano confermare le sue musiche: niente affatto, rispose lui, non sono malinconico, però il gusto della malinconia ce l'ho. Non s'intende ovviamente qui la "melancolia" dei greci, che oggi noi definiremmo "depressione". No, parlo di quello stato d'animo crepuscolare che vi fa vivere sospesi tra passato e presente, dubitosi magari di poter andare avanti, e provoca per reazione una sorta di struggente ripiegamento su noi stessi: contempliamo la nostra miseria, la vanità dei nostri sforzi, il vuoto affettivo o semplicemente l'incapacità di farci amare. In questo frangente, a volte è proprio la musica a farci compagnia: una successione di note, un verso, ci sembrano parlare appunto di questa nostra situazione. Come se quella canzone, quella musica, fosse stata scritta proprio per noi. Non è così, ma vuol dire una cosa altrettanto bella e consolante: nel mondo esistono altre persone, uomini o donne, che sentono come noi, dunque nessuno è mai davvero solo. Al fondo di tutto, l'arte, in tutti i suoi linguaggi possibili, è la prova più alta che tutti gli uomini sono legati tra loro e non ci sono differenze (etniche, religiose, culturali) che tengano.
Il paradosso è che spesso, dopo l'immersione nel pozzo della malinconia, si può davvero sentirsi meglio: probabilmente perché si vibra di vita vera, nonostante tutto, e si ha la prova che non siamo ancora inariditi, come a volte può sembrare. A me è capitato leggendo i versi di Leopardi, ad esempio, e altri poeti che amo, o ascoltando certe musiche particolari: alcuni movimenti dei concerti brandenburghesi di Bach, lo stesso Battiato ("Secondo imbrunire" o "L'oceano di silenzio"), alcuni pezzi delle Orme ("Amico di ieri", "Frutto acerbo") o anche "750000 anni fa...L'amore?" del Banco. Ma potrei citare autori come Leonard Cohen, Tim Buckley, Ivano Fossati ("Una notte in Italia"), Van Morrison, e così via. Ci si arrende a queste sensazioni, vellicate da voci e suoni, e dopo si rimbalza via di nuovo caricati a molla. Potere, e gusto, della malinconia tradotta in arte.
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Si immagina che il già maturo Dostoevskij, oppresso da debiti e malanni, venga contattato da un agitatore politico finito in un ospedale psichiatrico, il quale lo avverte che alcuni suoi compagni stanno per compiere un attentato. Prima seccato, poi preoccupato, lo scrittore pensa sia opportuno cercare i rivoluzionari per convincerli a desistere. Scopre però qualcosa che non prevedeva: i terroristi si sono formati tutti sui suoi primi lavori, e dunque, anche se ora lui ha mutato idee, si sente responsabile della loro scelta violenta. Il tema centrale del film sembra appunto questo: quale influenza può avere, ieri o anche oggi, la letteratura? Un tema enorme, ovviamente, che non è possibile affrontare in poche righe. Mi limito a osservare che, pur se ambientato nell'Ottocento russo, il film sembra chiamare in causa i "cattivi maestri" del terrorismo italiano dei Settanta, cioè intellettuali accusati di aver alimentato più o meno direttamente la stagione della violenza politica che tutti oggi ricordiamo con giusto orrore. Dunque, ancora una volta, Montaldo dimostra che si guarda al passato anche, forse soprattutto, per parlare del presente. Non è un caso che il regista genovese abbia sempre girato film storici: è un modo indiretto, ma spesso più efficace, per guardare al tempo in atto.
Comunque, l'opera è ora disponibile da alcune settimane e non delude certo le attese. Mai come qui Murakami mostra di sapersi destreggiare con disinvoltura tra i diversi registri della sua scrittura. La fuga di casa del quindicenne protagonista (Kafka è lui), s'intreccia con altre vicende che all'inizio sembrano indipendenti tra loro e invece fanno parte, svelandosi gradualmente, dello stesso ingegnoso puzzle. Tra personaggi bizzarri o crudeli, gatti parlanti e un buio dramma famigliare, l'arte di questo autore nipponico ha modo di intrigare i suoi lettori senza un momento di noia. Si ride, anche, più che in passato, ma quella percentuale di "fantasy" tipica di altri libri, è anche qui molto importante, e stupisce ancora la naturalezza con la quale leggendo si riesce a sentirla parte di tutta la storia: merito appunto della capacità di Murakami di saper cucinare i suoi ingredienti con una leggerezza di tono che finisce poi per inglobare tanti sapori diversi. E' il trionfo dell'eclettismo, che qualcuno magari chiamerà "post-moderno".
Il film è sicuramente divertente, e anche se Verdone sembra averlo fatto soprattutto per la gioia dei suoi fans, oltre che del suo produttore, si vede che ha lavorato molto sui personaggi. I quali sono, se possibile, ancora più cattivi e intinti nel veleno, esatto riflesso dell'Italia attuale. La volgarità diffusa, il cinismo e l'opportunismo, che tracimano da queste storielle ilari danno da pensare: in un paese come il nostro, forse, non è più possibile ridere e basta, spensieratamente. Il retrogusto incombe, anche se Verdone, e la bravissima (e bellissima) Claudia Gerini sua complice, ce la mettono tutta per farci divertire davvero, rimane l'impressione a volte desolante di una vera parata di figure umane imbarazzanti. Che siamo noi, o la gente che incontriamo tutti i giorni uscendo di casa. Insomma, scherzando e ridendo, il maturo Verdone sembra aver aggiornato quella vecchia galleria acida di tipi italiani che fu "I mostri" del grande Dino Risi. Erano gli anni Sessanta: quarant'anni dopo non è cambiato niente? E allora arrivederci tra altri quarant'anni (forse).