domenica, 22 novembre 2009

Esistono i "passaparola", e i luoghi comuni, anche nella musica rock e in coloro che ne scrivono. Quel disco è mediocre, punto. Quell'altro manca di passione, amen. Sarà vero, o esiste una innata pigrizia in chi scrive a voler verificare certe affermazioni che si tramandano ai posteri come un contagio senza rimedio?

Ad esempio: "Chocolate Kings", della PFM, viene generalmente sottovalutato dagli esegeti, grandi e piccini, come un disco "professionale" ma in fondo poco originale, rispetto alle prime prove del gruppo di Franz Di Cioccio. Altro esempio: "Contrappunti" delle Orme è un disco che tutti considerano "freddo", perciò minore, mettendolo in secondo piano rispetto ad altri.

Uscendo dall'Italia, è successo ad esempio con i King Crimson di "Island": album di grande fascino, ma volutamente attraversato da nuove suggestioni, meno epiche e più composite, se paragonate a quelle del primo, acclamatissimo disco. Ce li siamo persi, lamentarono a suo tempo, e ribadiscono anche oggi, i fans di Fripp.

Verità o supponenza?

Vediamo. L'impressione che ho maturato è che, molto semplicemente, ci si affezioni spesso a certe formule musicali che identificano, in pubblico e critica, un determinato artista. Così, per tenerci ai nostri due esempi, Le Orme restano cristallizzate sui canoni prog di "Collage" o "Felona e Sorona", e ogni volta cher sgarrano in cerca,  magari, di nuova ispirazione, vengono subito bollati come artisti in declino oppure, peggio ancora, come ormai venduti al dio denaro, ammiccanti e corrotti nell'animo.



Lo stesso per la PFM, che nel 1972, è verissimo, sforna due dischi eccellenti ("Storia di un minuto" e "Per un amico"), guadagnandosi subito un posto nel pantheon prog e nel cuore degli appassionati, ma che pure nel 1975 realizza un disco a mio avviso molto valido come "Chocolate Kings", per la prima volta, oltretutto, avvalendosi di un singer finalmente all'altezza come Bernardo Lanzetti, che canta in inglese testi acidi e corrosivi verso il mito americano.

La mia domanda è: si può condannare un artista, mutevole e irrequieto per natura, a ripetere sempre le solite cose? Io penso sia ingiusto, e imputo una tale pretesa al vizio, legittimo ma discutibile, di chi non sopporta di essere spiazzato da un'improvvisa svolta del suo artista prediletto. Perché, si chiede costui disorientato, il mio idolo mi ha tolto il mio giocattolo preferito? Mi divertivo tanto...

Per conto mio, i dischi citati come pietra dello scandalo, sono tutti preziosi esempi dell'evoluzione di un musicista, e proprio perché non siedono sugli allori già conquistati come fanno coloro che vivono di pingue rendita. Vero è che la musica non deve essere solo "nuova" per essere valida, bisogna che le idee siano supportate da un'esecuzione all'altezza. Onestamente a me pare che gli album portati ad esempio abbiano tutti questi requisiti.

Se guardiamo alle Orme, che i detrattori accusano spesso di furbate e opportunismo biecamente commerciale, leggo la loro storia in altro modo: "Collage" anticipa nel 1971 una formula triangolare (basso, tastiere, batteria) ancora inedita in Italia; "Uomo di pezza" aggiunge alla ricetta iniezioni più melodiche e morbide, anche più rifinite, che culminano senza dubbio nel sound sinfonico di "Felona e Sorona", uno dei concept più apprezzati nel mondo. I dischi sono anche molto venduti, e dunque, se i veneziani fossero stati tanto furbi, perché non proseguire sulla stessa strada così fruttuosa e remunerativa? "Contrappunti", uscito l'anno dopo, eccede forse in tecnicismo, nel brano omonimo e qua e là, ma testimonia soprattutto una volontà di andare avanti, anche nei testi, pieni di coraggiosi riferimenti allo stato delle cose: aborto, ambiguità delle chiesa, la bomba atomica indiana.

E quanti altri gruppi, come fece la PFM di "Chocolate Kings", avrebbero inciso un disco così lucidamente critico verso l'America, sapendo che proprio quel mercato aspettava da loro il disco della vera consacrazione? Il coraggio di esprimersi senza remore, senza calcoli, non è un pregio indispensabile da parte di un musicista?

Forse ogni disco, ogni artista, merita più rispetto: non per la sua storia passata, ma per il coraggio di uscire dai paletti espressivi, e dal meschino calcolo, che altri vorrebbero imporgli. Ogni volta che lo fa, invece che criticarlo, bisognerebbe rendergli omaggio: perché, in qualche modo, contribuisce ad allargare i nostri orizzonti piccoli piccoli. E ci costringe a pensare.

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categoria:musica, prog, pfm , king crimson, progressive rock, orme
lunedì, 09 novembre 2009


A proposito di musica prog "retrò", mi pare doveroso segnalare un disco come "The Weirding", opera prima degli americani Astra. E' un quintetto californiano che ha poche ma chiarissime idee: il loro territorio è quello del vintage prog anni Settanta, con influssi spaziali e dark, e lo esplorano in lungo e in largo senza risparmio. Il disco infatti è fin troppo lungo, ma non si può negare che colpisca sovente nel segno.

Atmosfere oscure, larghi spazi di mellotron e chitarra, suoni misteriosi che di colpo si traducono in lunghe sgroppate strumentali, tra King Crimson e Genesis, ma anche con qualche richiamo al rock più duro, seppure diluito e raffinato nello schema più romantico e gotico che il quintetto predilige, come si desume anche dalle immagini della copertina.

Di fronte a dischi del genere sono puntualmente combattuto tra due opposte sensazioni: è musica che mi entra in circolo senza problemi, ma nello stesso tempo mi chiedo se non si tratti di progetti fin troppo cristallizzati in una formula che altri, pur muovendo dagli stessi modelli,  provano invece a rinnovare.

Insomma, un bel disco, a tratti emozionante, ma rimane il sospetto che nel 2009 forse bisognerebbe anche esprimere contenuti più personali. 

In casi del genere, è sempre il gusto soggettivo di chi ascolta a  decidere: ognuno dunque può giudicare "The Weirding" secondo le sue inclinazioni. Non ho dubbi però sul fatto che nel suo genere sia un album davvero notevole, suonato in maniera egregia, che qualcuno tra i proggers della rete ha già definito uno dei dischi dell'anno. Io ve lo segnalo, perché in ogni caso merita senz'altro un ascolto.



Qui potete leggere la mia recensione su "AltreMuse":

      http://xoomer.virgilio.it/altremuse/recensioniprog.htm#recensioni

Ecco il sito ufficiale del gruppo: 

      http://www.astratheband.com/ 

 
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categoria:musica, dischi, prog, schede, astra, rock progressivo
venerdì, 30 ottobre 2009
Come sta il rock? La domanda è lecita: sono molti i valori e le istituzioni di riferimento che oggi se la passano male, e non si vede perché la musica più trasversale del dopoguerra debba fare eccezione.

A occhio e croce il rock sopravvive, pur senza vivere un periodo particolarmente brillante, e già mi sembra molto, nonostante il vertiginoso calo dei dischi venduti e via dicendo. La cosa che mi colpisce di più però è questa: si nota anche nei più giovani una voglia di guardare indietro, alla musica dei loro padri e dei fratelli maggiori. Un fenomeno che secondo me non esisteva fino a una decina d'anni fa: negli anni Settanta nessun adolescente avrebbe mai scelto di ascoltare la musica della generazione precedente. Nel 1976-1977, per capirci, io ascoltavo i Genesis, il Banco o i Pink Floyd, non certo Nilla Pizzi, Modugno o Jimmy Fontana. In quest'ultimo periodo, invece, mi capita di ricevere messaggi di giovani sui diciotto-vent'anni che dichiarano di ascoltare solo rock anni Settanta, o Sessanta addirittura, cioè lo stesso che ascoltavo io trent'anni fa. Bisogna ammettere che è curioso. Insoddisfazione per la musica odierna o c'è dell'altro?

Più in generale anche chi suona oggi, e qui parlo soprattutto del rock alternativo, manifesta una forte propensione ai modelli "vintage" del prog. Potrei citare il caso dei norvegesi Wobbler,  che con "Afterglow" ricalcano da vicino, con ottimi risultati, la musica prog del passato; o anche un solista come l'americano Matthew Parmenter  (ex cantante dei Discipline) che l'anno scorso pubblicò un vero gioiello come "Horror Express", che pare davvero nato da una costola di Peter Hammill. Per non parlare di un fenomeno come le Tribute Bands, cioè gruppi che ripropongono con scrupolo filologico, anche dal vivo, la musica di questo o quel gruppo degli anni Settanta. Un fenomeno in espansione che posso spiegarmi solo con la fame di passato delle nuove generazioni, che certi gruppi non hanno fatto in tempo a vederli suonare e si accontentano di queste "clonazioni". 

Ovviamente, si può trattare anche di un richiamo strumentale voluto per ragioni biecamente commerciali, ma sta di fatto che i segnali che rimandano all'epoca d'oro del rock si moltiplicano: valga per tutti il film di Ang Lee "Motel Woodstock", in questi giorni nelle sale. In ogni caso, il fenomeno sembra riguardare anche il mondo del  "mainstream": non si contano più i rifacimenti in chiave moderna di questo o quel classico, come se il passato fosse un serbatoio inesauribile in grado di offrire suggestioni ancora vitali. Se ne deve concludere allora che il rock, come tutte le esperienze e le creazioni umane, ha la sua infanzia (gli anni Cinquanta e il rock'n'roll), la sua adolescenza (i Sessanta del beat e della psichedelia), la sua maturità (i Settanta con il rock progressivo) e infine la sua inesorabile decadenza? Può essere, ma è anche vero che a un periodo di relativa stasi creativa è facile che succeda una fase di nuovo splendore: qualcosa del genere accadde negli anni Novanta, dopo il pop sintetico degli Ottanta, ad esempio. Staremo a vedere, ma è anche ormai certo che il rock ha già una storia alle spalle e dunque una sua classicità, con tanto di pantheon e divinità riconosciute, che risplende ormai di luce propria al di là delle mode più effimere. Il dibattito, come sempre, resta aperto.
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categoria:musica, riflessioni, rock, prog, tribute band, retrò
venerdì, 23 ottobre 2009




"Lo spazio bianco" di Francesca Comencini, da non confondere con la sorella Cristina (entrambe figlie del regista Luigi: una famiglia votata alla causa!) ripropone lo sguardo delle donne sulla vita e la morte. Lo fa con delicatezza, ma senza troppo indulgenze al femminile o stereotipi: il personaggio interpretato da Margherita Buy all'inizio non ha nessuna predisposizione alla maternità, ad esempio. Le capita di sbuffare d'impazienza in un cinema perchè un bambino piagnucola disturbando. Poi, come spesso succede, conosce il padre del bambino, e rimane incinta. Lui si defila, lei resta sola. Il film vero inizia qui.

Siccome poi la sua bambina nasce prematura al sesto mese, la donna resta per circa due mesi sospesa nel vuoto, attaccata all'incubatrice per sapere cosa sarà della piccola Irene: ce la farà oppure no? E' questa terra di mezzo, tra il prima e un dopo che non si palesa ancora, il suo spazio bianco: un'attesa snervante, riempita solo di ansia e pensieri contrastanti. La vuole questa bambina, oppure no? E che madre sarà, con tutte queste incertezze? Un percorso che la consuma, ma forse l'arricchisce anche di una nuova consapevolezza. Di sé, di un senso imprevisto e non preventivato della vita.

L'ambientazione napoletana deriva anche dal libro omonimo di Valeria Parrella, ma riesce funzionale: è una città aspra e scoperta, dove tutto sembra nudo, e anche questo serve a "stanare" il personaggio centrale dalle sue false sicurezze. All'inizio è chiusa nei suoi percorsi di donna che sta bene anche sola: insegna alle scuole serali, va al cinema, legge e si concede qualche storia fugace quando ne ha voglia. C'è sempre una specie di velo sottile, però, che la separa dagli altri: quelli che osserva quasi ipnotizzata quando la funicolare rasenta le case.

Poi arriva Irene e tutto cambia.

Che brava Margherita Buy: ogni volta che la vedo recitare mi sembra migliore della volta prima, ancora più matura e credibile. Regia sorvegliata, ma senza stucchevolezze accademiche, aperta. Onestamente realista, senza che questo implichi appiattimento: c'è sempre quel rovello che lavora la protagonista e tiene vivo il film fino in fondo. Non ci si annoia, si viene risucchiati nell'attesa di una liberazione, per tornare finalmente a guardare il mondo. Però da un'angolazione nuova, che prima era impossibile.

Davvero un bel film italiano, che consiglio a tutti.

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categoria:cinema, film, schede, attualitĂ , lo spazio bianco
venerdì, 09 ottobre 2009
Prima qualche segnalazione sparsa che rimanda al sito "AltreMuse".

Un profilo sugli Amon Duul II, forse la più importante band del Krautrock:

  http://xoomer.virgilio.it/altremuse/classiciprog_ae.html#amon

Altra scheda per un gruppo minore di buon livello, sempre tedesco, come gli Ikarus:

  http://xoomer.virgilio.it/altremuse/archivioprog_i.html#ikarus

Le due schede sono corredate, rispettivamente, da un video e da una breve clip audio.



Passando al cinema, ho sfidato le mie convinzioni cinefile (ogni tanto è giusto farlo), e ho visto il famigerato "Bastardi senza gloria" di Quentin Tarantino. Devo dire che stavolta lo spettacolo è notevole : rispetto a "Kill Bill", per esempio, a mio modo di vedere un progetto senz'anima, qui siamo davanti a un film di tutto rispetto. La trama è nota: un manipolo di soldati americani, bastardi di nome e di fatto, penetra nella Francia occupata dai nazisti e ne fa strage in agguati truculenti. I bastardi vengono poi a sapere che in un cinema di Parigi,  durante la proiezione di un film che esalta il valore di un cecchino del Reich, sarà presente l'intero comando supremo dell'esercito tedesco, incluso Hitler. Occasione troppo succulenta per non cercare di sfruttarla. Nel cinema in realtà si concentrano vendette  personali  a lungo covate ed elaborate congiure: il risultato è un inferno.

Se mettete da parte la Storia vera, i vostri scrupoli e ogni verosimiglianza, il film vi divertirà come un meraviglioso intrattenimento infantile. E' anche da notare che, nonostante il soggetto faccia presagire chissà quale sfoggio di effettacci e ammazzamenti (e in effetti un paio ce ne sono), Tarantino rispolvera soprattutto una delle sue doti migliori, che sembrava aver smarrito: l'accumulo progressivo della tensione attraverso snervanti preludi a base di chiacchiere e indizi secondari di grande effetto.

In sostanza, la girandola frenetica e un po' stolida degli ultimi film lascia il posto a sequenze girate benissimo, con grande senso della suspance e una prova eccellente del cast: più di Brad Pitt, in verità, segnalo la strepitosa interpretazione dell'austriaco Christoph Waltz (in foto) che vale da sola il prezzo del biglietto.



Un film senz'altro da vedere, anche se pensate che Tarantino non faccia per voi. Anche per me, onestamente, i capolavori veri sono altri, ma nel suo genere questo è cinema di gran classe: a suo modo, anzi, direi cinema allo stato puro.
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categoria:musica, recensioni, cinema, film, prog, tarantino
mercoledì, 30 settembre 2009
Ce la farà "Baarìa" di Giuseppe Tornatore a bissare l'Oscar del 1989 con "Nuovo cinema Paradiso"? Chissà. La corsa alla statuetta dorata è sempre insidiosa e, in larga parte, dovuta a fattori extra cinematografici: contano appoggi, sponsor, amicizie, che spesso travalicano il reale valore del film.

Ho visto il film ieri e una cosa voglio dire subito: è raro che un film della durata di due ore e mezza scorra così bene, senza punti morti, lasciando perfino il rammarico di vederlo finire. E' un grande affresco, si è detto, epico a suo modo, ma attenzione: qui non ci sono figurine schiacciate dagli eventi di un secolo, ma personaggi che reggono fino in fondo, tutti dotati del giusto spessore umano.  In questa coralità che trasuda poesia, fatica, mitologia e cruda realtà, si affermano ciascuno con il suo carattere specifico, e vivono di vita propria.

Con un certo coraggio, Tornatore  ha scelto come  protagonisti due attori siciliani poco conosciuti al grande pubblico, come Francesco Scianna e Margareth Madè (eccellenti), offrendo invece ai volti più noti solo ruoli di contorno, ma spesso molto brillanti: cito ad esempio il bravissimo Leo Gullotta. Ha scelto bene, il regista, e ha girato un film a suo modo classico, elegante ma anche sofisticato, che davvero può piacere a tutti per la pluralità dei suoi riferimenti. Storia d'amore, di povertà e soprusi, certo, ma anche di una società che evolve attraverso l'impegno in prima persona, come quello politico. Ecco, il film di Tornatore suona anche come un grande atto d'amore per la politica, e per chi si sporca le mani e lotta per cambiare le cose: e infatti sul letto di morte, il vecchio padre ripete più volte come un mantra che "la politica è bella", e suo figlio lo sa.

"Baarìa" è uno di quei film così ricchi di colori, voci, facce, paesaggi e storie (piccole e grandi) che potresti vederlo più volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo, come avviene per certi romanzi classici. L'amore per il proprio mestiere, per i propri personaggi, si rivela proprio nella cura per i dettagli, perché niente vada perso e componga alla fine il mosaico che osserviamo : microstoria e macrostoria si tengono così per mano miracolosamente, e ognuno troverà almeno una scena, un momento, per commuoversi. Perché il cinema in fin dei conti è questo: comunicare l'essenza per via emotiva, attraverso immagini che sono soltanto, magari, lo sguardo di un bambino che osserva il mondo dal suo angolo, e impara a sognare. A questo punto, poco importa se "Baarìa" vincerà o meno l'oscar: di sicuro, questo è un film destinato a restare.
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categoria:recensioni, cinema, film, attualità, baarìa
venerdì, 25 settembre 2009
"Turpe est sine crine caput". Con questo titolo, preso dal poeta latino Ovidio, si apre uno dei dischi più divertenti, ma anche interessanti, che mi è capitato di ascoltare recentemente. Ne sono autori i brasiliani Modulo 1000, che nel 1970 realizzano il loro primo e unico album: si chiama "Nao fale com paredes", cioè "non parlare con le pareti".



Titoli che bastano, da soli, a inquadrare lo spirito che animava l'operazione. Originari di Rio De Janeiro, i quattro  musicisti risentono, è vero, della psichedelia e del rock anglo-americano di fine anni Sessanta, ma quello che conta davvero è proprio la maniera, anarchica e frizzante, con la quale condiscono certe influenze. Riff ossessivi, sull'organo e la chitarra, uniti a testi non sense o slogan ad effetto, che rendono la sequenza musicale molto piacevole, e soprattutto mai noiosa. Ennesima dimostrazione, insomma, che nel rock la sola tecnica, come l'innovazione assoluta, non sempre bastano a colpire l'ascoltatore: occorre grinta e, meglio ancora, una buona dose di entusiasmo contagioso per poter arrivare davvero a bersaglio. Ingredienti che certo non fanno difetto a questo effimero ma dotato gruppo di giovani cariocas. Il disco non ebbe successo, proprio perchè ritenuto troppo "selvaggio" per i tempi, e improponibile per le radio: nel tempo invece è diventato una piccola leggenda.



Un disco che consiglio ai più esplorativi, oltretutto ristampato in un delizioso cofanetto dall'etichetta World In Sound (2004).
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sabato, 12 settembre 2009

La stagione cinematografica inizia, come sempre, con i film presentati alla Mostra del Cinema di Venezia. Tra questi ho appena visto "Il grande sogno" diretto da Michele Placido.


E' un film che riflette in parte la storia dello stesso regista, giovane pugliese che viene a Roma per fare l'attore ed entra in polizia per mantenersi. Mentre cerca di entrare all'Accademia finisce così tra gli studenti che occupano l'Università, come infiltrato. Qui conosce e s'invaghisce di una ragazza a sua volta innamorata di un giovane leader dell'occupazione. La sceneggiatura tiene insieme storie e personaggi con una certa disinvoltura, aiutato da un cast in stato di grazia: accanto a Scamarcio (il poliziotto) e Luca Argentero (il leader della protesta), spicca una straordinaria Jasmine Trinca, sempre più brava, alle prese con un personaggio che simboleggia le lacerazioni profonde che quegli anni "formidabili" (per dirla con Mario Capanna) provocarono in seno alla borghesia italiana. In ruoli di contorno vanno ricordati anche Silvio Orlando e Laura Morante, entrambi molto efficaci.


C'è molta passione in questo progetto come c'era, evidentemente, in quel momento decisivo della storia recente. E' appassionata la scrittura, e vibrante la recitazione. Il film di Placido è giustamente un film corale, ricchissimo di spunti, anche se la parte più riuscita è proprio quella che riguarda la sua proiezione biografica, incarnata da Riccardo Scamarcio, con la progressiva scoperta di una realtà in costante evoluzione, capace di mettere in discussione le sue poche convinzioni e portarlo anche a una nuova consapevolezza. Merita sicuramente una visione, il grande sogno di Placido, magari soprattutto da parte di chi non c'era, i più giovani, e vuole capire qualcosa di un periodo cruciale che ha cambiato, comunque lo si voglia leggere, la società italiana. E non solo.

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venerdì, 04 settembre 2009

Una bella conferma nel campo del prog italiano viene dagli Ubi Maior: questo gruppo milanese ha da poco realizzato il suo secondo cd, "Senza tempo", per la AMS/Vinyl Magic.


L'esordio di "Nostos" (2005) mostrava una band già molto interessante, capace di spaziare tra suggestioni del prog italiano classico (Biglietto per l'Inferno in primis) e spunti di dark-rock piuttosto sanguigno: un disco buono, ma ancora con qualche sbavatura tra i brani, non sempre omogenei per stile e scrittura. Ora, dopo quattro anni, i cinque sembrano aver maturato una nuova consapevolezza, lavorando proprio su certe discrepanze. L'intesa raggiunta è ottima, il disco suona compatto dall'inizio alla fine: elaborate e complesse parti di tastiere insieme a chitarre taglienti, e soprattutto una voce solista molto personale come quella di Mario Moi, che sa restituire il pathos delle liriche con bella versatilità. I testi, tra l'altro, sono ispirati a un fumetto americano di culto come Sandman, di Neil Gaiman, che sembra perfetto per far emergere il lirismo di questa band.


L'esempio degli Ubi Maior va elogiato: troppe giovani band italiane si lasciano prendere dai facili entusiasmi per la voglia di emulare i propri idoli, cadendo fatalmente nel rischio del calco puro, della ripetizione fine a se stessa di certi modelli. Il gruppo milanese dimostra invece che oltre all'entusiasmo occorre una buona dose di umiltà e perseveranza per raggiungere dei risultati originali. Insieme dal 1998, i cinque hanno saputo prendersi i propri tempi per migliorarsi, e i risultati si vedono. Onore al  merito.

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venerdì, 31 luglio 2009

Chi pensa che il romanzo sia una forma artistica obsoleta, o comunque ormai superata dai nuovi linguaggi tecnologici, dovrebbe fare come me: leggersi cioè "Vita e destino" di Vasilij Grossman. Si convincerebbe che non esiste piacere paragonabile a quello che può regalare un libro scritto con tanta passione. Grossman è un giornalista e scrittore russo, morto nel 1964, che ha avuto come molti un atteggiamento conflittuale verso la sua patria al tempo di Stalin. Prima entusiasta, poi sempre più critico, quando soprattutto si rese conto, lui stesso ebreo, che nel dopoguerra il regime sovietico perseguitava gli ebrei come i nazisti: perché allora aver tanto sofferto per batterli a Stalingrado, si dev'essere chiesto.


Dopo aver denunciato nel "Libro nero" le campagne antisemite del regime, guadagnandosi così l'avversione delle autorità, lasciò la sua più grande testimonianza con questo ponderoso romanzo, sequestrato subito dal regine sovietico e pubblicato fortunosamente in Svizzera, che ha spinto qualcuno, addirittura, a definirlo "il Guerra e pace del Novecento". Ponderoso, intanto, lo è per la mole: più di ottocento pagine nella bella edizione Adelphi, con una copertina color mattone che immagino scoraggerà più di un possibile lettore. Invece è una lettura appassionante. Poche volte mi è capitato di veder intrecciati così magistralmente la Macrostoria e la Microstoria, senza che l'una confligga con l'altra, ma anzi con un risultato d'insieme strepitoso per stile di scrittura e lucidità nel racconto dei fatti.


Il romanzo descrive l'ultimo scorcio della guerra sul fronte russo, fino allo scontro decisivo di Stalingrado. Grossman ha l'occhio oggettivo del giornalista ma anche un profondo rispetto per tutti i suoi personaggi, inclusi gli stessi "malvagi" tedeschi, e nel romanzo capita di veder entrare in scena Hitler e Stalin in persona accanto allo scienziato in crisi o all'ultima delle madri devastate dal dolore di un lutto. Ogni personaggio è osservato con questa mirabile capacità di comprensione al contempo senza retorica alcuna: c'è la passione umana di chi quel conflitto lo ha vissuto, tra città in rovina e meschinità assortite, delatori e furbastri pronti a tutto per fare carriera. Una passione mai disgiunta però dall'amarezza disincantata di chi ha visto le sue speranze naufragare nella paura, nel sospetto e nel terrore dell'Unione Sovietica staliniana. Una galleria umana di caratteri, situazioni e sofferenze descritte con una finezza straordinaria.


Insomma, il mio consiglio è di superare la diffidenza che un libro così voluminoso può ispirare: ci sono romanzi brevi che non meritano neppure di venir aperti, fidatevi. Qui invece sarete ripagati ad ogni pagina dalla qualità del racconto, in un'altalena complessa di sentimenti ed emozioni che avvince fino in fondo, come un prisma dalle mutevoli facce che risplende da ogni lato con la stessa intensità. Il succo vero di quest'opera, forse, sta nel restituirci un affresco corale e lucidissimo, quanto struggente, di uno snodo cruciale del Novecento. Soprattutto, però, sembra un impietoso ritratto del male profondo che ideologie ciecamente assorbite possono infliggere ai singoli come a interi popoli. Spezzando affetti, troncando e sconvolgendo la normalità dell'esistenza. Se oggi lo sappiamo lo dobbiamo anche a una testimonianza eccezionale come quella di Vasilij Grossman, depositata con amore, pietà e disincanto in questo capolavoro assoluto.

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